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Locarno 2005, 58° Festival internazionale del film di David Murolo (Italiano)


A perfect day

Ma Hameh Khoubim

Nine Lives

La 58 edizione chiude la stagione quinquennale della direzione di Irene Bignardi lasciando al nuovo direttore e critico svizzero Frederic Maire il compito di decidere in quale direzione dovrà indirizzarsi un festival che con nutrite dosi di glamour è cresciuto per numeri di presenze, opere e autori, ampliando le sezioni con attenzione sempre rinnovata per il cinema come strumento di sensibilizzazione sociale.
In questo bilancio ampiamente positivo relativamente al successo conseguito dalla sezioni collaterali e dalle retrospettive, segni di debolezza sulle scelte contenutistiche si sono potute notare proprio nel Concorso internazionale, paradossalmente risultata la sezione meno originale e interessante.
Le visioni del Concorso internazionale hanno offerto percezioni e sensazioni spesso dissonanti, indirizzando la preferenza del pubblico e degli addetti ai lavori quasi inequivocabilmente verso le uniche opere che sono riuscite a colmare la vacuità di idee tramite rappresentazioni stereotipate ed eccessive d’una umanità violenta in preda a relazioni prive di speranza.
In questo senso molte scelte e premiazioni si giustificano in quanto accomunate dalla visione di opere cinematografiche e narrazioni che hanno tentato di rispondere con sensibilità alla problematica accettazione della realtà.
E’ il caso del Pardo d’Oro “Nine Lives” di Rodrigo Garcìa che si è aggiudicato anche il premio per la miglior partecipazione femminile, concesso ex aequo a tutte le nove attrici protagoniste. Alla pellicola che risente positivamente dell’influenza e delle atmosfere del suo produttore Inarritu va la menzione speciale FICC “per l’originalità della sua costruzione narrativa, la sensibilità dell’approccio ai personaggi, per la libertà dello spettatore di appropriarsi del racconto e immaginare la continuità della storia”.
Con “A Perfect Day”, Joana Hadjithomas e Khalil Joreige seguono abilmente la vita di personaggi che tra rimpianti e desideri si abbandonano all’alienante e confusa realtà e ai fantasmi del passato: Don Chisciotte FICC “per la sensibilità della rappresentazione del Libano d’oggi e le tracce lasciate dalla guerra, tanto per la città che per i suoi abitanti, attraverso la metafora dell’oblio,dell’assenza e del rifiuto.”
Il gioco di specchi e le lacerazioni di un mondo familiare ma sempre con la tenue speranza che qualcosa possa mutare lo status quo e far progredire la situazione sono i motivi del Pardo d’argento “Ma haneh khoubim – We are all fine” dell’iraniano Bizhan Mirbaqeri a cui va la menzione speciale FICC “per la toccante osservazione sulla complessità delle relazioni di una famiglia che si confronta con il bisogno di riaffermare l’identità dispersa nella ricerca di un dialogo.”
Tra gli altri film del concorso internazionale meritano una segnalazione e che hanno riscosso consensi ed interesse sono:
“Mirrormask” di Dave McKean, film d’arte che rielabora il mito di Alice e dell’eterna lotta tra il bene e il male - luce/oscurità e che possiede effetti speciali scaturiti dal riconosciuto estro creativo e fumettistico del suo autore,
Seppur retorico e in stile Almodovar, “20 centimetros”dello spagnolo Ramon Salazar offre un surreale ritratto di un’ossessione sessuale che diverte nelle sequenze musicali, nel ritmo e nell’esuberanza della sua protagonista principale;
“Un couple parfait” di Nabuhiro Suwa, premio Speciale della Giuria al franco/giapponese, rimane un film delicato e ben recitato ma eccessivamente intellettualistico nel racconto della ricerca d’unità in una coppia da anni separata.
Il francese “Riviera” di Anne Villacèque è un film a tratti solare e dotato di una buona fotografia e messa in scena. Sul finale qualche esagerazione narrativa disperde la buona idea iniziale.
Dal Quebeq proviene Familia di Louise Archambault, cronaca familiare sui diversi modi di relazionarsi ed adattarsi ai destini che la vita ci riserva ma soprattutto sensibile indagine sulle speranze, aspettative e conflitti che scaturiscono dal rapporto madre-figlia.
Il regista indiano Rituparno Ghosh con Antarmahal -Views from inner chambers, ritorna sui suoi temi privilegiati che ruotano sulla condizione donne indiane mettendo in scena un racconto di grande qualità stilistica, seppur a tratti sottotono, in cui amore e arte s’intrecciano in uno sfondo coinvolgente che riproduce le atmosfere dell’India coloniale dell’Ottocento.
Buona capacità espressiva e contenutistica si è riscontrata in Vendredi ou un outre jour di Yvan Le Moine, libera trasposizione dal romanzo di Michel Tournier. Il regista indaga e reinventa il Robinson di Dafoe trasponendolo nella cultura francese ed esplorando con grande eleganza formale la vicenda di un uomo di teatro e di un rifugiato che l’isolamento obbligherà al gioco delle parti.
Ricche ed interessanti le sezioni collaterali, a cominciare sezione trasversale Human Rights Program che con grande coraggio ed onestà intellettuale ha imposto alla pubblica attenzione tematiche e problemi legati ai diritti umani; tra questi si segnalano:
Living Rights: Toti, Roy, Yoshi, Lena di Duco Tellegen, Little birds di Takeharu Watai, Faces of Change, Land Mines.
Alive in limbo di Hrabba Gunnarsdottir, Tina Naccache e Erica Marcus, L’accord di Nicolas Wadimoff, Beatrice Guelfa e 58% di Vincenzo Marra (inserito nel Concorso Video), trattano con grande efficacia e sensibilità la problematica israelo-palestinese.
Altra sezione che non ha mancato le aspettative è stata Cineasti del Presente:
da segnalare il disincantato terzo lungometraggio, sui temi dell’antieroe e della disuguaglianza sociale, di Steve Buscemi,“Lonesome Jim”. Il film è un’impietosa e al contempo delicata descrizione dei rapporti familiari e della personalità di un individuo immerso nella chiusa provincia americana;
da non dimenticare i due documentari italiani “Piccolo sole.Vita e morte di Henri Crolla” e “In un altro paese”, il primo diretto da Nino Bizzarri perché ha il pregio di riportare in luce la figura di Enrico Crolla, misconosciuto chitarrista italiano emigrato in Francia e divenuto quasi una leggenda nei fumosi locali di St Germain del secondo dopoguerra; il secondo diretto da Marco Turco per il coraggio, il rigore e la passione civile e morale con cui il collaboratore di Amelio racconta e ripercorre la storia dell’antimafia in Italia, le vicende e il sacrificio di uomini in lotta solitaria in uno Stato dove capita spesso che mafia e politica convivano
Altra importante e sconcertante indagine sociale è rappresentata dal documentario “White Terror”. Il regista svizzero Daniel Schweizer traccia un inquietante panoramica internazionale sulla violenza xenofoba e sui rapporti e i legami che si creano e si alimentano tra neonazisti e poteri politici.
Altro documentario svizzero meritevole di una citazione è “The Giant Buddhas” di Christian Frei, che narra del viaggio di una figlia verso i distrutti Grandi Budda afgani sulle tracce e le memorie lasciate dal padre.
Gli ultimi due film da segnalare sono “Delo Osvobaja” di Damjan Kozole che si incentra sulle difficoltà e le opportunità all’indomani dell’integrazione della Slovenia nell’Unione Europea ma soprattutto “En la cama” del cileno Matias Bize, che con macchina a spalla, ironia e sensibilità, racconta in maniera vivace i diversi punti di vista, le menzogne e le verità di una coppia che si ritrova da sconosciuta nel letto di una camera d’albergo.
Nella sezione Porte Aperte al Maghreb si distinguono: “Keid Ensa” della marocchina Farida Benlyazid e “Satin Rouge” della tunisina Raja Amari che affrontano i temi dell’emancipazione femminile e delle pari opportunità. Sempre dalla Tunisia e sui temi del lavoro e la società si richiama l’attenzione su “Poupées d’argile” di Nouri Bouzid, sensibile rappresentazione e testimonianza della condizione femminile e minorile tunisina narrata attraverso gli occhi di una bambina.
Meritano altresì di essere evidenziate due opere di grande spessore documentale e forza espressiva frutto della buona capacità elvetica per il cinema documentario: “Gambit” di Sabine Gisiger (proveniente dalla Settimana della critica) e “Nicolas Bouvier 22 Hospital Street” di Christoph Kuhn (sez.Appellation Suisse). Nel primo documentario viene raccontata con molta audacia e testimonianze dirette la tragedia di Seveso, cercando attraverso la presenza di uno dei responsabili pentiti di chiarirne le cause e attribuire le colpe. Il film di Kuhn ci trasporta invece in una dimensione di viaggio e ricerca di se, una ricerca che porterà Bouvier in oriente e noi con le sue memorie.
Oltre ai seminari con registi, artisti e architetti sui temi del cinema e città, il festival di Locarno ha offerto la possibilità eccezionale di assistere ad una retrospettiva di grande valore in onore di Orson Welles (75 pellicole, fra film da lui diretti o interpretati, film su Welles, documentari e spezzoni televisivi d’epoca), che ha restituito un ritratto completo sia dell’uomo che della sua opera.
Lo stesso vale per una Proiezione speciale dedicata ad un film riscoperto negli anni ‘90 da Scorsese e Coppola: “Soy Cuba” di Mikhail Kalatozov; messo al bando dalle autorità politiche cubane, il film rappresenta un capolavoro cinematografico di rara bellezza che traccia la storia di cuba dal regime alla rivoluzione.
Infine la ”Piazza Grande”, nonostante la scelta di proiettare film visti e noti, ha saputo proporre titoli allettanti e convincenti tra cui: “Don’t come knocking” del ritrovato Wim Wenders, “On a clear day” di Gaby Dellal con Peter Mullan, “Rag Tale” della britannica Mary McGuckian, “Zainà - Cavaliere de l’Atlas” di Bourlem Guerdjou, “The rising - Ballad of Mangal Pandey di Ketan Mehta, il sudafricano “The flyer” di Revel Fox e “Rize” del grande fotografo David LaChappelle
L’augurio è quello di ritrovare a Locarno, fra un anno, un festival che speriamo continui a cercare e sperimentare dosando bene qualità e voglia di esibizione.

David Murolo
Circolo del Cinema F.I.C.C. “Cesare Zavattini” di Reggio Calabria